L’erboristeria, come è noto, affonda le sue radici nella notte dei tempi; l’arte di conoscere, coltivare e riutilizzare le piante per scopi terapeutici, cosmetici o nutritivi accomuna tutti i popoli antichi e la civiltà romana non fa eccezione.
Anche in questo campo, l’influenza greca si fece sentire e i romani in molti casi migliorarono e completarono le scoperte greche, soprattutto quando alcuni tra i più grandi medici di questo paese si trasferirono nell’impero a seguito della conquista.
L’erboristeria ebbe grande applicazione nella medicina romana. In questo senso, tra le erbe più utilizzare ci furono i finocchi per le loro proprietà calmanti, diuretiche e anti-infiammatorie.
L’emula campana veniva usata per tantissimi scopi: come stomachica, vermifuga, tonica e diuretica; per calmare la tosse e la bronchite; esternamente, per risolvere problemi della pelle come eczema, herpes e punture di insetti.
La salvia aveva un valore sacro e religioso; presso i romani doveva essere raccolta con un rituale particolare, senza l’intervento di oggetti di ferro, in tunica bianca e con i piedi scalzi e ben lavati. Il suo stesso nome è testimone delle virtù che i romani le riconoscevano: salvia ha la stessa radice del verbo salvare e della parola salus (salvezza, ma anche salute). Tra i principali effetti riconosciuti c’erano quello antisettico, digestivo e calmante.
Anche l’aglio era molto utilizzato. Nelle Bucoliche di Virgilio si parla di una bevanda di timo e aglio che i pastori assumevano per proteggersi dai morsi delle vipere. L’aglio veniva poi utilizzato per curare i problemi del cuore e contro raffreddore e influenza.
Il fieno greco fu un’altra pianta che i romani utilizzarono per curare una vasta serie di disturbi, dai problemi dei bronchi all’abbassamento della libido. Tuttora al fieno greco vengono riconosciute ottime proprietà ricostituenti, ed è molto usato nella cosmesi.
Una pianta oggi estinta molto usata dai romani era il silfio, una specie di finocchio gigante che un tempo rappresentava la maggiore risorsa commerciale di Cirene e che oggi possiamo vedere in ritratta in alcune monete di questa città.
Secondo la leggenda, la pianta era un dono del dio Apollo. Era ampiamente utilizzata dalla maggior parte delle antiche culture mediterranee; i Romani la consideravano “valere il suo peso in denarii.” In medicina era usata per trattare la tosse, la gola irritata, la febbre, l’indigestione, i dolori, le verruche e tutti i tipi di malattie. Ma soprattutto, secondo Plinio il Vecchio, era utilizzata come contraccettivo, per le sue virtù estrogeniche che la rendevano attiva per la prevenzione o interruzione della gravidanza.
Le virtù del salice, in particolare delle foglie e della corteccia, sono descritte dal celebre medico greco Ippocrate che ne vanta le proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie nel V secolo a.C. Successivamente queste qualità furono riconosciute anche da personalità come Plinio e Dioscoride e il salice divenne un’altra pianta molto impiegata nella medicina romana.
Altre piante medicinali vengono poi descritte da Virgilio nelle sue opere; tra esse troviamo il papavero, utilizzato prevalentemente come anestetico e come cura per l’insonnia. Una pianta largamente impiegata come afrodisiaco era la rucola, di cui parla anche Columella nel De re rustica; le sue foglie venivano utilizzate nei filtri d’amore e talvolta la coltivazione veniva effettuata nei terreni che ospitavano le statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità.
15 maggio 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, archeologia | lascia un commento
Se siete in cerca di qualcosa che esuli dalle consuete mete turistiche, sicuramente il Museo delle anime del purgatorio di Roma (di cui abbiamo già accennato nell’articolo su I musei più bizzarri di Roma) è una meta da tenere presente. Il museo si trova presso la sagrestia della chiesa del Sacro Cuore del Suffragio, Lungotevere Prati 12.
Si tratta di una chiesetta in stile neogotico costruita tra il 1894 e il 1917 per volere del religioso francese Victor Jouet, fondatore dell’Associazione del Sacro Cuore di Gesù per il suffragio delle anime del Purgatorio. I reperti, provenienti dall’Italia e da altri paesi europei, sono datati tra il 1637 e il 1919 e hanno in comune un tema decisamente insolito. Tutto iniziò quando, il 15 settembre 1897, una cappella della chiesa fu gravemente danneggiata da un incendio; in quell’occasione, Victor Jouet vide impressa su una parete l’immagine di un volto sofferente, che egli interpretò come quello di un’anima del Purgatorio desiderosa di mandare un “segnale” al mondo dei vivi. Il sacerdote decise poi di avvallare la sua convinzione iniziando una collezione di attestazioni di fatti analoghi, che egli mise insieme grazie a una serie di viaggi attraverso l’Italia e l’Europa.
Oggi queste singolari testimonianze (soprattutto libri, fotografie, lenzuola, abiti, pezzi di legno) sono state notevolmente ridotte eliminando ciò che non è stato ritenuto valido, ovvero supportati da una documentazione storica credibile.
Ogni reperto è corredato da una nota che indica la provenienza e la situazione a cui l’”impronta” si riferisce; si tratta appunto di presunti segni lasciati da defunti nel loro desiderio di mettersi in contatto con i vivi, prevalentemente loro familiari o conoscenti, al fine di mandare un messaggio. Un fenomeno ancora non riconosciuto dalla scienza e dalla chiesa ufficiali, ma sicuramente affascinante per gli appassionati del sovrannaturale.
Se siete amati del macabro, oltre al Museo delle anime del purgatorio vi consigliamo un altro luogo molto suggestivo in questo senso: si tratta del cimitero dei Frati Cappuccini, nei sotterranei della chiesa di Santa Maria della Concezione a Roma. Si tratta di una sorta di “museo degli scheletri” organizzato in cinque cappelle completamente ricoperte di ossa e teschi di circa 4000 frati cappuccini morti tra il 1525 e il 1870. I vari tipi di ossa sono disposti artisticamente, a costituire una decorazione affascinante e inquietante a tempo stesso. Vi sono inoltre alcuni scheletri interi, alcuni dei quali mummificati o vestiti ancora del proprio saio.
Laura Losi
3 aprile 2010 | Archiviato in Storia e curiosità | lascia un commento
Tornare indietro e vivere nell’antica Roma sarebbe una cosa meravigliosa, ma solo per i ricchi; il romano della classe elevata, infatti, aveva un tenore di vita veramente alto, come ci si aspetta da una società imperialista e basata sulla schiavitù. I lussi degli antichi romani comprendevano case sontuose, tessuti preziosi, opere d’arte inestimabili, ma anche un’elettrizzante vita notturna fatta di feste e banchetti principeschi. Altri lussi erano poi frequentare palestre e terme, e andare a teatro: passatempi ampiamente condivisi anche dai benestanti di oggi.
Per le donne, acconciature, gioielli e cosmetici erano sfizi molto ricercati in cui si amava spendere tempo e denaro; l’obiettivo, come oggi, era apparire al meglio, non solo per la propria soddisfazione personale ma anche per sottolineare il proprio status elevato. Anche i vestiti erano importantissimi in questo senso; il color porpora per tingere le vesti, in particolare, era frutto dei coloranti più costosi e divenne così sinonimo di ricchezza e di potere. I colori utilizzati per le tuniche multicolori erano tratti da molluschi che permettevano di ottenere una gamma di tinte dall’arancio al viola scuro tendente al nero; per estrarre circa 1,5 grammi di puro viola ci volevano circa 12.000 molluschi; secondo la leggenda, lo stesso Ercole aveva scoperto questo inestimabile colorante. Anche la qualità della stoffa aveva la sua importanza; durante l’impero iniziarono a diffondersi preziose sete importate dalla Cina.
Le terme erano un vero e proprio ritrovo sociale; le balneazioni erano prolungate e, com’è noto, si dividevano in frigidarium, tepidarium e calidarium; poi si passava alla piscina e alla palestra dove svolgere gli esercizi o ritrovarsi a chiacchierare con amici e conoscenti. Il tutto era svolto con un contorno di schiavi armati di oli e creme, deputati al massaggio e alla detersione degli illustri padroni.
I giochi e le rappresentazioni teatrali erano un altro passatempo comune dei ricchi romani. Naturalmente, alle classi più abbienti venivano riservati i posti migliori all’interno dell’anfiteatro; qui i nobili potevano fare il tifo, mangiare, fare scommesse e socializzare.
Tra i membri delle classi superiori, non impegnati in lavori manuali, diventò pian piano normale demandare tutti gli impegni professionali al mattino; il prandium generalmente segnava la fine della giornata lavorativa e talvolta dopo ci si recava alle terme. La cena veniva servita verso le quattro e poteva durare fino a tarda notte, soprattutto se gli ospiti erano numerosi. Le pietanze erano ovviamente raffinate e lussuose e si articolavano in gustatio (una sorta di antipasto) primae mensae (piatto principale) e dessert (secundae mensae). Tutto ciò che veniva scartato, come i gusci dei frutti di mare, era tranquillamente gettato a terra, dove veniva prontamente spazzato via da uno schiavo. D’estate si usava mangiare all’aperto, come dimostrano le vestigia di alcuni divani in pietra rinvenuti nei giardini di Pompei.
La cena poteva anche essere accompagnata da un intrattenimento; ad esibirsi erano solitamente musicisti, acrobati, poeti e ballerini.
13 marzo 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, archeologia | lascia un commento