La festa dei morti o Parentalia per gli antichi romani si teneva alle idi di febbraio, dal 13 al 21 del mese. Si credeva che in questi giorni le anime dei morti tornassero tra i vivi ma, ciononostante, la festività non aveva niente di macabro o terrificante, anzi: erano giorni dedicati a una celebrazione tranquilla e rispettosa, introspettiva. I templi erano chiusi, i matrimoni proibiti, gli affari sospesi, i magistrati non indossavano la toga pretesta. I parenti visitavano le tombe dei loro cari portando offerte di vario tipo; probabilmente questa usanza fu introdotta da Enea, che versò vino e violette sulla tomba del padre Anchise.
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22 ottobre 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, eventi, news | lascia un commento
Tutti coloro che contribuirono alla creazione dell’Impero romano si sentirono in dovere di giustificare gli atti di conquista, e al contempo cercare il favore del popolo, attraverso una propaganda che utilizzava vari canali e strategie.
Uno dei temi più popolari e costanti era l’idea che Roma rappresentasse la pace, il buon governo e lo stato di diritto. I popoli che erano sottomessi erano invece barbari, incivili e pericolosi. Le tribù germaniche in particolare venivano descritte come accozzaglie di pericolosi delinquenti devastatori, dediti a riti crudeli e sanguinari. Erano arretrati culturalmente e vivevano da selvaggi per quanto riguardava le comodità materiali e i costumi sociali. Ma anche quando si trattava di popoli estremamente civilizzati, come i greci, la dominazione romana veniva in qualche modo additata come “il progresso”. I greci, pur nella loro estrema civilizzazione, avevano bisogno di un buon governo, come quello romano: uno stato che garantisse la pace, la sicurezza, la legalità.
Altro concetto chiave della propaganda romana era il culto della leadership, che trovava la sua massima espressione nella figura dell’imperatore, la cui presenza era onnipresente. Le statue dell’imperatore dominavano i luoghi pubblici, e la sua immagine, impressa in ogni moneta, raggiungeva gli angoli più remoti dell’impero. A partire da Ottaviano, la figura dell’imperatore entrò a far parte della religione romana: il monarca era tale per volere degli dei, e quindi sacer (sacro), ma anche sanctus (santo) per la sua condotta di vita e le sue virtù morali e militari. L’imperatore era oggetto del culto imperiale o del genius principis, in suo onore venivano svolte quindi pratiche religiose, e dopo la morte poteva essere pubblicamente divinizzato dal senato.
Il monarca era poi visto in un’accezione paternalistica: il padre della patria, il protettore del popolo, aveva il merito di garantire la pace e la prosperità nell’impero.
Durante i primi tempi dell’impero, il pubblico principale della propaganda imperiale romana era stata solo una minoranza della popolazione dell’impero, e in particolare gli abitanti di Roma e dell’Italia e i soldati. A partire da Adriano l’impero si consolidò e al contempo la propaganda sviluppò una visione più completa e globale di cosa significasse essere parte dell’impero. Adriano e i suoi successori promossero attivamente l’idea che l’impero, pur abbracciando una grande diversità di popoli e di religioni, fosse un unico insieme di valori tra cui spiccava la lealtà verso lo stato imperiale. La comunità civile dell’impero era messa in contrapposizione ai barbari al di fuori e anche ai sovversivi interni. Pare che alcune strutture difensive come il vallo di Adriano avessero anche la funzione di separare idealmente i romani e i barbari; una marcatura del paesaggio che indicava la fine della civiltà e l’inizio della barbarie.
Ma la propaganda romana non era solo pubblicità e apparenze; nascondeva anche una nota di puro terrore, una sorta di agghiacciante avvertimento: vedi le leggende dei nemici vinti torturati, sottoposti a schiavitù, privati dei loro beni. Negli anfiteatri spesso andava in scena pubblicamente la fine degli oppositori di roma, come i cristiani, E i gladiatori che combattevano fino alla morte erano spesso travestiti dai nemici storici dei romani, come i Galli, i Sanniti e i Britanni.
La propaganda antico romana si trasformò radicalmente all’avvento del cristianesimo, che ne segnò la fine; del resto, il paganesimo, con la divinizzazione dell’imperatore e di Giove come dio protettore di Roma, ne era stato il cuore pulsante per mille anni.
Laura Losi
20 settembre 2010 | Archiviato in Storia e curiosità | lascia un commento
Ci è giunto davvero poco della musica dell’antica Roma, anche a causa della soppressione, attuata dai primi padri della chiesa, di tutto ciò che aveva a che fare con il teatro e l’intrattenimento romano in generale. Pare che la musica romana non fosse creativa e originale come quella greca, ma che tuttavia ne abbia ripreso il sistema di scale o modi; si trattava di melodie prevalentemente monofoniche e che, nel caso della musica vocale, seguivano l’andamento metrico dei testi. La musica romana non fu peraltro influenzata solo da quella greca, ma anche da quella etrusca e, in concomitanza con l’espansione imperiale, quella africana e mediorientale. Alcuni elementi della musica dell’antica Roma erano quindi extraeuropei; un tentativo di ricreare il fascino di queste atmosfere è stato fatto in Italia dal gruppo Synaulia.
La scarsità di fonti per la musica dell’antica Roma si può imputare, in parte, anche al fatto che probabilmente i musicisti romani non leggevano le partiture ma suonavano “ad orecchio”. Sicuramente la musica aveva un grande valore sociale e veniva usata durante i banchetti, i funerali, le feste private, gli spettacoli e le cerimonie religiose. I concorsi musicali erano piuttosto comuni e ad uno di questi prese parte anche l’imperatore Nerone, che si spinse fino in Grecia per partecipare alla competizione.
Anche alcuni strumenti musicali erano in comune con l’antica Grecia; tra questi la lira, una sorta di arpa presto rimpiazzata dalla cetra che è forse lo strumento più utilizzato della Roma antica. La cetra, più grande e pesante della lira, è caratterizzata da un suono forte, dolce e penetrante; insieme al liuto, precorre la moderna chitarra.
Erano anche molto presenti e amati gli strumenti a percussione, come vari tipi di tamburi che servivano per la danze ritmiche, i riti celebrativi come quelli delle Baccanti, gli usi militari, la caccia e anche il controllo delle api negli alveari. Altro strumento a percussione era poi il sistro, strumento idiofono proveniente dall’Antico Egitto. Pare poi che nell’antica Roma fosse presente una sorta di incrocio tra un organo e una zampogna, di cui alcune immagini a mosaico si trovano presso il Museo Archeologico di Napoli. Non è chiaro se venisse soffiato a bocca o con qualche soffietto meccanico.
La musica era poi ampiamente presente nella mitologia romana: tra le divinità più celebri citiamo le Muse e Apollo, che con la cetra era in grado di ipnotizzare i suoi ascoltatori.
Laura Losi
8 settembre 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, archeologia | 1 Commento
L’erboristeria, come è noto, affonda le sue radici nella notte dei tempi; l’arte di conoscere, coltivare e riutilizzare le piante per scopi terapeutici, cosmetici o nutritivi accomuna tutti i popoli antichi e la civiltà romana non fa eccezione.
Anche in questo campo, l’influenza greca si fece sentire e i romani in molti casi migliorarono e completarono le scoperte greche, soprattutto quando alcuni tra i più grandi medici di questo paese si trasferirono nell’impero a seguito della conquista.
L’erboristeria ebbe grande applicazione nella medicina romana. In questo senso, tra le erbe più utilizzare ci furono i finocchi per le loro proprietà calmanti, diuretiche e anti-infiammatorie.
L’emula campana veniva usata per tantissimi scopi: come stomachica, vermifuga, tonica e diuretica; per calmare la tosse e la bronchite; esternamente, per risolvere problemi della pelle come eczema, herpes e punture di insetti.
La salvia aveva un valore sacro e religioso; presso i romani doveva essere raccolta con un rituale particolare, senza l’intervento di oggetti di ferro, in tunica bianca e con i piedi scalzi e ben lavati. Il suo stesso nome è testimone delle virtù che i romani le riconoscevano: salvia ha la stessa radice del verbo salvare e della parola salus (salvezza, ma anche salute). Tra i principali effetti riconosciuti c’erano quello antisettico, digestivo e calmante.
Anche l’aglio era molto utilizzato. Nelle Bucoliche di Virgilio si parla di una bevanda di timo e aglio che i pastori assumevano per proteggersi dai morsi delle vipere. L’aglio veniva poi utilizzato per curare i problemi del cuore e contro raffreddore e influenza.
Il fieno greco fu un’altra pianta che i romani utilizzarono per curare una vasta serie di disturbi, dai problemi dei bronchi all’abbassamento della libido. Tuttora al fieno greco vengono riconosciute ottime proprietà ricostituenti, ed è molto usato nella cosmesi.
Una pianta oggi estinta molto usata dai romani era il silfio, una specie di finocchio gigante che un tempo rappresentava la maggiore risorsa commerciale di Cirene e che oggi possiamo vedere in ritratta in alcune monete di questa città.
Secondo la leggenda, la pianta era un dono del dio Apollo. Era ampiamente utilizzata dalla maggior parte delle antiche culture mediterranee; i Romani la consideravano “valere il suo peso in denarii.” In medicina era usata per trattare la tosse, la gola irritata, la febbre, l’indigestione, i dolori, le verruche e tutti i tipi di malattie. Ma soprattutto, secondo Plinio il Vecchio, era utilizzata come contraccettivo, per le sue virtù estrogeniche che la rendevano attiva per la prevenzione o interruzione della gravidanza.
Le virtù del salice, in particolare delle foglie e della corteccia, sono descritte dal celebre medico greco Ippocrate che ne vanta le proprietà antidolorifiche e antinfiammatorie nel V secolo a.C. Successivamente queste qualità furono riconosciute anche da personalità come Plinio e Dioscoride e il salice divenne un’altra pianta molto impiegata nella medicina romana.
Altre piante medicinali vengono poi descritte da Virgilio nelle sue opere; tra esse troviamo il papavero, utilizzato prevalentemente come anestetico e come cura per l’insonnia. Una pianta largamente impiegata come afrodisiaco era la rucola, di cui parla anche Columella nel De re rustica; le sue foglie venivano utilizzate nei filtri d’amore e talvolta la coltivazione veniva effettuata nei terreni che ospitavano le statue falliche erette in onore di Priapo, dio della virilità.
15 maggio 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, archeologia | lascia un commento
Tornare indietro e vivere nell’antica Roma sarebbe una cosa meravigliosa, ma solo per i ricchi; il romano della classe elevata, infatti, aveva un tenore di vita veramente alto, come ci si aspetta da una società imperialista e basata sulla schiavitù. I lussi degli antichi romani comprendevano case sontuose, tessuti preziosi, opere d’arte inestimabili, ma anche un’elettrizzante vita notturna fatta di feste e banchetti principeschi. Altri lussi erano poi frequentare palestre e terme, e andare a teatro: passatempi ampiamente condivisi anche dai benestanti di oggi.
Per le donne, acconciature, gioielli e cosmetici erano sfizi molto ricercati in cui si amava spendere tempo e denaro; l’obiettivo, come oggi, era apparire al meglio, non solo per la propria soddisfazione personale ma anche per sottolineare il proprio status elevato. Anche i vestiti erano importantissimi in questo senso; il color porpora per tingere le vesti, in particolare, era frutto dei coloranti più costosi e divenne così sinonimo di ricchezza e di potere. I colori utilizzati per le tuniche multicolori erano tratti da molluschi che permettevano di ottenere una gamma di tinte dall’arancio al viola scuro tendente al nero; per estrarre circa 1,5 grammi di puro viola ci volevano circa 12.000 molluschi; secondo la leggenda, lo stesso Ercole aveva scoperto questo inestimabile colorante. Anche la qualità della stoffa aveva la sua importanza; durante l’impero iniziarono a diffondersi preziose sete importate dalla Cina.
Le terme erano un vero e proprio ritrovo sociale; le balneazioni erano prolungate e, com’è noto, si dividevano in frigidarium, tepidarium e calidarium; poi si passava alla piscina e alla palestra dove svolgere gli esercizi o ritrovarsi a chiacchierare con amici e conoscenti. Il tutto era svolto con un contorno di schiavi armati di oli e creme, deputati al massaggio e alla detersione degli illustri padroni.
I giochi e le rappresentazioni teatrali erano un altro passatempo comune dei ricchi romani. Naturalmente, alle classi più abbienti venivano riservati i posti migliori all’interno dell’anfiteatro; qui i nobili potevano fare il tifo, mangiare, fare scommesse e socializzare.
Tra i membri delle classi superiori, non impegnati in lavori manuali, diventò pian piano normale demandare tutti gli impegni professionali al mattino; il prandium generalmente segnava la fine della giornata lavorativa e talvolta dopo ci si recava alle terme. La cena veniva servita verso le quattro e poteva durare fino a tarda notte, soprattutto se gli ospiti erano numerosi. Le pietanze erano ovviamente raffinate e lussuose e si articolavano in gustatio (una sorta di antipasto) primae mensae (piatto principale) e dessert (secundae mensae). Tutto ciò che veniva scartato, come i gusci dei frutti di mare, era tranquillamente gettato a terra, dove veniva prontamente spazzato via da uno schiavo. D’estate si usava mangiare all’aperto, come dimostrano le vestigia di alcuni divani in pietra rinvenuti nei giardini di Pompei.
La cena poteva anche essere accompagnata da un intrattenimento; ad esibirsi erano solitamente musicisti, acrobati, poeti e ballerini.
13 marzo 2010 | Archiviato in Storia e curiosità, archeologia | lascia un commento