
Le ricette dell’Antica Roma sono giunte ai nostri giorni soprattutto tramite la raccolta in dieci libri De re coquinaria, redatta intorno al 230 d.C. da un cuoco di nome Celio che la attribuì ad Apicio, nome che ancora ai giorni nostri è connesso alla gastronomia romana. Il nome Apicio si riferisce in realtà a tre persone vissute in epoche diverse e accomunate dalla passione verso il cibo e i banchetti, per i quali spendevano somme spropositate – la leggenda vuole che il secondo Apicio, vissuto in epoca augustea, si fosse suicidato proprio per aver dilapidato il proprio ingente patrimonio in banchetti. Le ricette dell’antica Roma si riferiscono quindi a portate offerte durante i sontuosi banchetti nelle ville patrizie, ricevimenti opulenti e raffinati dove venivano serviti piatti di carne, pesce e verdura. L’alimento romano più celebre ai giorni nostri è sicuramente il garum, salsa a base di pesce utilizzata ovunque e che si collega alla forte presenza di condimenti all’interno dei piatti romani. Altre salse erano a base di miele, di mosto, di verdure e di spezie, e spesso i sapori risultavano così forti da coprire quasi del tutto il gusto originale del piatto condito.
La ricetta del garum romano rimane tuttora un mistero, forse perchè era così utilizzata che nessuno sentiva il bisogno di trascriverla. Apicio accenna soltanto che si tratta di un prodotto della fermentazione delle interiora di pesce. Dice che dalla fermentazione di queste interiora si separa un solido e un liquido che chiama liquamen. Anche le spezie erano molto utilizzate, così come l’accostamento di sapori dolci e salati, in un mix che probabilmente risulterebbe disgustoso per il gusto contemporaneo.
Più interessante risulta la ricetta del vino aromatizzato, che riporto di seguito “Siano versati in un vaso di bronzo un quarto di vino e due cucchiai di miele, in modo che, mentre il miele bolle, il vino diminuisca di volume. Scaldalo a fuoco lento; gira il tutto finchè prenderà il bollore; quando comincerà a salire, trattienilo versando altro vino. Una volta freddo fallo scaldare di nuovo. Ripeti per altre due volte. Il giorno dopo lo schiumerai. Aggiungi allora 120g di pepe, poco pistacchio, cannella e zafferano, cinque ossi arrostiti di datteri; trita cinque datteri che dal giorno precedente avrai posto nel vino per farli ammorbidire. Fatto ciò versa due litri circa di vino giovane”.
Tra le tante ricette di carne, si distingue il fegato cotto alla brace: fu grazie allo stesso Apicio che il fegato da “iecur” iniziò a chiamarsi “ficatum” per via della sua abitudine di ingrassare gli animali con i fichi.
Ingredienti: fegato di maiale, aceto, pepe, sedano, bacche di alloro, sale, pepe, budelli di maiale (o rete)
Preparazione: tagliare a pezzetti del fegato e metterlo in una marinata composta di aceto, pepe macinato, sedano tritato e bacche di alloro. Passato del tempo, ritirare i pezzi di fegato dalla marinata, salarli, peparli, e riempirci dei piccoli budelli, avendo cura di legarli bene. Preparare una griglia unta e rovente ed arrostirci il ficatum.
Per saperne di più, potete acquistare il libro “La cucina dell’Antica Roma” di H.-P. von Peschke e W. Feldmann, Guido Tommasi Editore, 18 Euro.
Laura Losi
Fonti:
-la ricetta del vino aromatizzato è tratta da www.gustoblog.it
-la ricetta del fegato alla brace è tratta da www.taccuinistorici.it
-Wikipedia