Antica Roma: 5 miti da sfatare

La romanità non passa mai di moda, come provano le attuali produzioni cinematografiche in tema che, in molti casi, hanno contribuito ad alimentare miti e leggende che hanno uno scarso o nullo fondamento storico. Dal pollice verso al vomito post-banchetto, ecco una carrellata delle più famose bufale antico-romane.

Il pollice verso
In merito al celebre gesto dell’imperatore di girare il pollice in alto o in basso a seconda della sua volontà di voler risparmiare o meno la vita di un gladiatore (illustrato, tra l’altro, dal drammatico dipinto del 1872 di Jean-Léon Gérôme), le fonti sono molto discordanti; quello che è certo è che il pollice verso non significava sicuramente la sentenza di morte, anzi, è probabile che questa venisse decretata dal pollice all’insù.

L’incendio di Roma
La colpa del celebre incendio avvenuto il 18 luglio 64 viene spesso addossata all’imperatore allora in carica, Nerone, attribuendogli peraltro motivazioni spietate a ai limiti della follia come cercare una fonte di ispirazione per una composizione poetica. In realtà, la tesi dell’origine accidentale dell’incendio è quella maggiormente accreditata dalla moderna storiografia.

Vomitare ai banchetti
La leggenda vuole che i patrizi romani vomitassero durante i loro celebri e lussuosi banchetti, allo scopo di poter ricominciare quanto prima ad abbuffarsi. Questa bufala trae origine da locali chiamati vomitoria: in effetti questi erano dei passaggi che permettevano alle persone di raggiungere rapidamente i loro posti in un anfiteatro.

I romani indossavano la toga
Nell’immaginario collettivo l’antico romano indossa sempre la toga. In realtà, la toga era considerato un capo estremamente formale, più o meno come pensare che l’uomo contemporaneo indossi sempre il completo e la cravatta o addirittura lo smoking. Secondo Giovenale, molto uomini non indossavano una toga per tutta la vita. Il capo più diffuso era invece la tunica, che veniva indossata in tagli diversi sia dagli uomini che dalle donne. La toga era un abito così importante che sono chi godeva della cittadinanza romana poteva indossarla.

Tu quoque Brute fili mi
L’espressione attribuita a Giulio Cesare in punto di morte non trova riscontro nemmeno nella letteratura latina. Alcune fonti riportano invece questa frase in greco, che all’epoca era la lingua dominante a Roma – e Cesare stesso era bilingue. Se anche il contenuto della frase fosse stato questo, è molto probabile che sarebbe stato pronunciato in greco. A questo proposito un’altra leggenda da sfatare è quella che vuole Bruto “figlio” di Cesare: si trattava in realtà dell’amico prediletto dell’imperatore, il quale era peraltro innamorato della madre di Bruto, Servilla.

Laura Losi

Fonti:
http://listverse.com/history/
Wikipedia

Le leggende del Tevere

Nel vespro il Tevere splende,

l’onda perenne ci reca dalla sua pace al mare

(Gabriele D’Annunzio)

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Il Tevere è sempre stato considerato un fiume un po’ speciale dagli intellettuali che, nei secoli, si sono avvicendati nella città di Roma, una sorta di ponte tra passato e futuro, una costante che ha visto svolgersi sulle sue sponde alcuni tra gli eventi più importanti della storia dell’uomo.

Chiamato anticamente “Albula” per le sue acqua chiare, il Tevere prenderebbe il suo nome dal re latino Tiberino, che si suicidò annegandosi nelle sue acque, anche se alcuni contestano questa origine. Il Tevere, fiume principale dell’Italia centrale e peninsulare e terzo fiume italiano per lunghezza e volume di acque, è stato sempre l’anima della città di Roma, come recita anche la lapide posta sulla sua sorgente alle pendici del Monte Fumaiolo (Emilia Romagna) “Qui nasce il fiume sacro ai destini di Roma”. Il Tevere è infatti al centro di numerosi miti e leggende, a partire dalla fondazione stessa della città di Roma. Secondo la tradizione, Romolo e Remo, neonati, furono messi in una cesta e lasciati alla corrente, finchè la culla improvvisata non si arenò sotto un albero di fico da cui i due piccoli poterono nutrirsi succhiandone il succo zuccherino.

Nell’antica mitologia romana, il fiume era considerato una vera e propria divinità, chiamata Pater Tiberinus; il dio veniva omaggiato tutti gli anni il giorno 8 dicembre in feste chiamate Tiberinaria, che celebravano l’anniversario della fondazione del tempio dedicato al dio stesso e ubicato sull’isola Tiberina. Al Louvre è conservata una statua di età adrianea che raffigura il dio Tevere affiancato dalla lupa che allatta i gemelli.Gli attributi del dio sono un remo e una cornucopia; nelle sue numerose raffigurazioni – che comprendono tra l’altro numerose monete – appare spesso con attributi navali o associato a scene che ricordano l’origine di Roma.

Altre leggende sono invece legate all’isola Tiberina, che si sarebbe formata per i sacchi di grano rubati dalla plebe all’ultimo re di Roma Tarquinio il Superbo. In seguito, nel V secolo avanti Cristo, mentre Roma era in preda di una pestilenza, un serpente uscì dal Tevere e salì sull’isola Tiberina. Allora i romani edificarono qui un tempio ad Esculapio e curarono qui gli ammalati servendosi delle acque del fiume. Da questa leggenda deriverebbe il serpente tuttora simbolo dei farmacisti.

A distanza di secoli, il Tevere non smette di affascinare gli abitanti di Roma come gli stranieri, e ancora oggi da’ vita a miti e leggende, come la celebre tradizione dei lucchetti: gli innamorati che attaccheranno un lucchetto al lampione principale di Ponte Milvo e getteranno la chiave nel fiume resteranno legati per sempre. Questa usanza, riportata anche dal romanzo di Federico Moccia “Ho voglia di te” e dall’omonimo film, è stata così seguita che ha causato, nel luglio 2007, la rottura dei lampioni sul ponte, e così il Comune di Roma ha installato appositi pilastri a cui sono agganciate catene su cui applicare i lucchetti.

Laura Losi