La schiavitù nell’antica Roma

Studi recenti stimano che gli schiavi nell’antica Roma fossero oltre un quarto o addirittura un terzo della popolazione nei quattro secoli che vanno dal 200 a.C. al 200 d.C.. Quello che è certo è che all’interno della civilità romana antica il lavoro degli schiavi rappresentava una componente essenziale dell’economia, e come tale era regolato da leggi e consuetudini. Durante le guerre di conquista, il bottino di schiavi era considerato uno dei più preziosi; e se gli schiavi erano tecnicamente considerati come merce di proprietà del loro padrone, è anche vero che di fatto fossero esseri umani, e non sempre il loro modo di essere era la totale sottomissione. La tensione psicologica tra schiavo e padrone è presente nelle fonti letterarie antiche, così come storielle su schiavi disobbedienti o astuti. In alcuni casi lo schiavo riusciva a trovare un modo per affermare se’ stesso e per esercitare un potere contro i potenti, in modo che l’apparente asimmetria dei ruoli venisse parzialmente meno.
Il ruolo principale dello schiavo era quello di offrire lavoro al proprio padrone. Nel corso dei secoli, milioni di uomini, donne e bambini sono vissuti in uno stato di non esistenza, senza diritti di alcun tipo. Se alcuni schiavi erano trattati bene, la punizione fisica e l’abuso sessuale erano molto frequenti e in generale lo schiavo era visto in modo molto simile ad un animale. Non esistono fonti che narrano in prima persona la vita in servitù; la maggioranza delle prove disponibili viene da Plutarco e altri storici rappresentativi delle classi più abbienti.
L’odio degli schiavi nei confronti dei padroni si esplicitò talvolta in ribellioni, delle quali la più celebre è senza dubbio quella di Spartacus, avvenuta nel 73-71 a.c. La rivolta di Spartacus, anche se terminata con la sconfitta dei ribelli, spaventò le classi abbienti che per molto tempo temettero l’avvento di un “secondo Spartacus”. Ma, di fatto, le ribellioni di schiavi furono abbastanza rare in quanto la posta in gioco era estremamente elevata.
La riduzione in schiavitù era temuta da coloro che erano stati chiamati a combattere contro le forze romane, e talvolta si preferiva ricorrere al suicidio piuttosto che passare dalla libertà alla servitù. Talora accadeva che gli schiavi aggredissero i loro proprietari perchè intolleranti nei confronti delle condizioni in cui erano costretti: nella prima metà del I sec. d.c. un alto funzionario imperiale fu addirittura assassinato da un suo schiavo. La legge romana si abbattè in questo caso anche contro quegli schiavi colpevoli di non aver salvato il loro padrone, punendone circa 400 con la morte.
L’incidenza degli schiavi che scappavano è sempre stata abbastanza alta. Esistevano figure professionali apposite deputate alla ricerca di schiavi latitanti, e inoltre venivano esposti manifesti in luoghi pubblici che descrivevano i fuggiaschi offrendo ricompense per la loro cattura. Talvolta intorno al collo degli schiavi veniva stretto un collare di ferro; alcuni esemplari sono tuttora visibili nei musei.
Una sorta di resistenza alla schiavitù, ben radicata nella società romana, veniva esplicitata in episodi di micro-criminalità come piccoli furti; tuttavia, gli schiavi nell’antica Roma non sono mai stati motivati da un vero senso di solidarietà di classe in quanto la loro composizione era troppo eterogenea. Di fatto non c’è mai stato nell’antica Roma un movimento per l’abolizione della schiavitù.

Laura Losi

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