Dammi mille baciTu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

(Catullo; traduzione di Salvatore Quasimodo)

Leggendo questa e altre poesie d’amore di antichi poeti romani, è affascinante pensare come potessero essere le relazioni sentimentali in un mondo tanto lontano e diverso dal nostro. In una società  dove il matrimonio era deciso dai parenti degli sposi per motivazioni di natura economica, in che modo l’amore poteva esplicitarsi e dare origine a una relazione? E come veniva vissuto un matrimonio combinato e imposto da persone esterne? E’ questa, sostanzialmente, la materia indagata da Eva Cantarella nel libro “Dammi mille baci ““ Veri uomini e vere donne nell’antica Roma” (Feltrinelli, 192 pagine, prezzo di copertina 15€). La Cantarella (scrittrice e docente di Istituzioni di diritto romano e Diritto greco antico all’Università  di Milano) aveva già  pubblicato il libro “L’amore è un dio ““ Il sesso e la polis“, un viaggio nella mitologia greca con focus sull’amore, il sesso e il matrimonio. La stessa materia viene indagata in “Dammi mille baci“, ma stavolta l’ambientazione si sposta a Roma e le storie riportate non sono miti e leggende ma vicende vissute da uomini e donne in carne ed ossa.

Ne emerge un quadro generale dove la massima virtù richiesta a un uomo è la sua virilità , celebrata attraverso il culto di Priapo, dio del fallo. L’uomo romano deve essere guerriero sul campo di battaglia come in camera da letto, non per nulla la stirpe di Romolo nasce dalla violenza compiuta da Marte (dio della guerra, appunto) su Rea Silvia. Per lungo tempo, inoltre, solo all’uomo era concessa la decisione del divorzio, e inoltre la donna anche dopo sposata apparteneva alla famiglia paterna.

Tuttavia, sappiamo che le donne non erano tutte sottomesse e subalterne come il sistema avrebbe voluto, ma viceversa ci sono giunte notizie di donne ribelli come la famosa poetessa Sulpicia. La prostituzione era diffusa e regolata attraverso una serie di leggi che comprendevano, tra l’altro, il fatto che le prostitute dovessero abbigliarsi in modo da essere molto riconoscibili rispetto alle matrone. Altra pratica sessuale comune era l’omosessualità  o “vizio greco”; la pederastia non era condannata se praticata con schiavi e soprattutto se il cittadino romano in questione assumeva un ruolo attivo. Se il rapporto omosessuale avveniva tra due cittadini liberi, quello che assumeva il ruolo passivo veniva addirittura multato. L’esempio più celebre di omosessualità  romana è sicuramente l’imperatore Adriano; quando il suo compagno Antinoo morì annegato, fondò una città  in quel luogo e le diede il nome del ragazzo.

L’adulterio femminile veniva condannato in modo durissimo: la donna veniva condannata a morte, mentre il suo amante veniva punito direttamente dal marito che poteva sottoporlo a ogni genere di torture.

Laura Losi

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